L’origine delle pievi

L’origine delle Pievi, antiche parrocchie rurali, è in parte ancora oscura; è tuttavia probabile che esse siano sorte in seguito alle invasioni barbariche e alla conseguente caduta dell’impero romano nel 476 a.C., quando con il crollo delle strutture municipali, gli abitanti della penisola italiana dovettero perdere ogni punto di riferimento e l’assetto sociale conobbe una fase di generale disgregazione.
È in questa fase che, soprattutto in Italia settentrionale, le Pievi cominciarono a sorgere spontanee nel capoluogo del pago, nel vico, nel luogo del compito pagano, o nel nuovo centro; fu in tali luoghi che i missionari (fratres) formarono nuove comunità cristiane, ovvero delle assemblee regolari di fedeli. Questi missionari fondavano la loro chiesa che dapprima dipendeva completamente dalla diocesi vescovile, ma che non tardò a formarsi un proprio ampio distretto, un patrimonio, un proprio clero e il suo presbyterium. Reggeva questo collegio di diaconi e chierici un parroco, al quale vennero concesse molte attribuzioni, come battezzare, predicare, istruire, benedire il popolo, le case, i campi e sorvegliare il clero inferiore.
Rari documenti risalenti al VI secolo informano che il parroco era eletto da una assemblea pubblica e con l’assenso degli abitanti: la plebs. Quest’ultima era in pratica una unità sociale cristiana e quindi indicava tutti gli aspetti della vita del gruppo sociale, e poiché il ministro del culto era inamovibile, egli diventava e si sentiva il vero rappresentante del popolo.